Francia, condanna di Marine Le Pen
Le motivazioni della sentenza contro Marine Le Pen, già depositate dai giudici francesi, permettono di inquadrare la condanna alla pena accessoria dell’ineleggibilità, che impedirà a Le Pen di candidarsi alle prossime elezioni presidenziali ed è efficace subito, anche se Le Pen dovesse interporre un ricorso in appello.
Prima, una considerazione generale. Le Pen è condannata all’ineleggibilità per cinque anni, non in perpetuo. Non potrà candidarsi alle presidenziali del 2027, ma potrà farlo nel 2032, se i successivi gradi di giudizio rimuoveranno la condanna di primo grado. Se, invece, la condanna sarà confermata, Le Pen non potrà comunque candidarsi alla presidenza. La condanna all’ineleggibilità tutela l’istituzione della presidenza della Repubblica dall’eventualità che alla carica giunga una persona dai carichi penali pendenti, condannata in primo grado. L’immunità presidenziale impedirebbe di proseguire i processi.
S’inseriscono qui le considerazioni dei giudici. Gli elettori votano chi vogliono, ma non chiunque può candidarsi: chi si candida deve garantire requisiti di esemplarità. La legislazione francese ha inasprito le pene a carico dei responsabili di malversazioni nell’amministrazione pubblica. Non decidere l’ineleggibilità immediata avrebbe contraddetto l’orientamento legislativo e giurisprudenziale corrente. Inoltre, deve essere valutato il rischio di recidività. Le Pen e gli altri imputati in processo, notano i giudici, non hanno mai riconosciuto come illegittimi i fatti commessi: esiste perciò la possibilità che li reiterino.
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Infine, i giudici osservano che gli eletti non sono sottratti alle conseguenze penali delle loro condotte. Se eletta alla presidenza della Repubblica, Le Pen sfuggirebbe al giudizio dei giudici per essere giudicata di fatto dal voto popolare, mentre tutti gli altri cittadini rispondono esclusivamente dinanzi ai tribunali.
La sentenza ha suscitato sospetti di giustizia politica. In molti casi recenti, dalle vicende di Donald Trump alle elezioni in Romania, si tende ad attribuire ai giudici atti d’indirizzo politico. E’ bene non cadere in considerazioni smisurate, valutare gli atti nella loro sostanza e ricordare che la divisione dei poteri è uno dei capisaldi dello Stato di diritto.